Microplastiche nel Mediterraneo: una minaccia crescente per l’ecosistema e la salute

Il Mar Mediterraneo, culla di civiltà e scrigno di biodiversità, sta affrontando una crisi ambientale sempre più grave: l’inquinamento da microplastiche. Queste minuscole particelle di plastica, inferiori a 5 millimetri, derivano dalla frammentazione di oggetti più grandi (come bottiglie, sacchetti e imballaggi) o sono prodotte direttamente in queste dimensioni (ad esempio, le microsfere presenti in alcuni cosmetici). La loro presenza è ormai pervasiva, con concentrazioni nel Mediterraneo tra le più alte al mondo, come riportato in uno studio del CNR.

Le microplastiche entrano nell’ambiente marino da diverse fonti. Una parte significativa proviene dalla terraferma, a causa di una gestione inadeguata dei rifiuti, dell’usura degli pneumatici e del lavaggio di tessuti sintetici. Un’altra fonte importante è legata alle attività marittime, come la pesca e il traffico navale. Il Mediterraneo, essendo un bacino semi-chiuso con un’elevata densità di popolazione costiera e intense attività antropiche, è particolarmente vulnerabile all’accumulo di questi inquinanti.

Uno studio dell’Università di Palermo ha evidenziato un aumento allarmante dell’80% di microplastiche in alcune aree del Mediterraneo in soli due anni e mezzo (dal 2019 al 2022). Questo dato sottolinea la rapidità con cui la situazione sta peggiorando. Le zone costiere del Mediterraneo, insieme a quelle colombiane, sono state identificate come le più colpite, con livelli di inquinamento superiori del 75% rispetto alla media.

La pericolosità delle microplastiche risiede in diversi fattori. Innanzitutto, la loro piccola dimensione le rende facilmente ingeribili da una vasta gamma di organismi marini, dal plancton ai pesci, fino ai mammiferi marini e agli uccelli. Una volta ingerite, possono causare danni fisici, come ostruzioni intestinali o lesioni. Ma il problema principale è legato alla loro capacità di assorbire e concentrare sostanze chimiche tossiche presenti nell’acqua, come inquinanti organici persistenti (POP) e metalli pesanti. Questo processo è noto come biomagnificazione: le tossine si accumulano nei tessuti degli organismi e si trasferiscono lungo la catena alimentare, raggiungendo concentrazioni sempre più elevate nei predatori al vertice, inclusi i pesci che consumiamo.

La plastica, infatti, è un materiale estremamente durevole e può persistere nell’ambiente marino per secoli. Durante questo periodo, continua a frammentarsi in microplastiche, aumentando la superficie disponibile per l’assorbimento di sostanze tossiche. I polimeri più comuni che costituiscono le microplastiche nel Mediterraneo sono il polietilene e il polipropilene, ampiamente utilizzati negli imballaggi e in molti prodotti di consumo. Sono stati identificati anche frammenti di poliammidi, vernici e policaprolactone (un polimero considerato biodegradabile, ma che comunque persiste nell’ambiente).

L’impatto sulla fauna marina è documentato da numerosi studi. Il progetto COMMON, ad esempio, ha rivelato che in media un pesce su tre nel Mediterraneo ha ingerito microplastiche. La situazione è simile per le tartarughe marine Caretta caretta, con oltre la metà degli esemplari analizzati che presentavano plastica nel tratto gastrointestinale. L’ingestione di microplastiche non solo causa danni fisici, ma può anche alterare le vie metaboliche e i sistemi endocrini degli animali marini, compromettendone la riproduzione e la sopravvivenza.

La presenza di microplastiche nei prodotti ittici solleva preoccupazioni anche per la salute umana. Sebbene la ricerca sugli effetti diretti del consumo di microplastiche sia ancora in corso, evidenze preliminari suggeriscono potenziali rischi, tra cui disturbi endocrini, infiammazioni e possibili effetti cancerogeni a lungo termine. L’Istituto Superiore di Sanità (ISS) sottolinea la necessità di approfondire gli studi per valutare appieno i rischi per la salute umana.

L’Italia, con le sue estese coste e l’intensa attività marittima, ha un ruolo significativo nell’inquinamento da microplastiche nel Mediterraneo. Il nostro Paese è tra i maggiori contributori di plastica in mare, insieme a Turchia, Spagna, Egitto e Francia. Tuttavia, l’Italia è anche attivamente impegnata nella ricerca e nel monitoraggio di questo problema. Progetti come PlasticBusters MPAs, coordinato dall’ISPRA, sono fondamentali per comprendere la portata dell’inquinamento e sviluppare strategie di mitigazione.

Affrontare questa emergenza richiede un approccio integrato e multidisciplinare. A livello internazionale, sono state adottate diverse iniziative, come l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e la Strategia Marina dell’Unione Europea. L’UE ha anche approvato direttive per ridurre l’uso della plastica monouso e promuovere il riciclo. Tuttavia, è necessario un maggiore coordinamento tra i paesi del Mediterraneo, con politiche comuni e protocolli di monitoraggio uniformi.

A livello nazionale, l’Italia ha recepito le direttive europee e sta promuovendo diverse iniziative. È fondamentale, però, rafforzare i sistemi di gestione dei rifiuti, incentivare l’economia circolare e la ricerca su materiali alternativi e biodegradabili. La sensibilizzazione dei cittadini è altrettanto importante. Campagne informative, iniziative di pulizia delle spiagge e il coinvolgimento di pescatori e operatori turistici possono contribuire a ridurre l’immissione di plastica in mare.

Ognuno di noi può fare la differenza. Ridurre l’uso di plastica monouso, scegliere prodotti con imballaggi sostenibili, partecipare a iniziative di pulizia e sostenere politiche ambientali responsabili sono azioni concrete che possono contribuire a proteggere il Mediterraneo da questa minaccia invisibile, ma sempre più pervasiva. Il futuro del nostro mare dipende dalle scelte che facciamo oggi.

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